
In quanto candidata alla Camera dei Deputati nella lista Di Pietro Italia dei Valori non posso esimermi dal focalizzare l’attenzione sulla difficoltà che le donne incontrano nell’affermazione del principio di pari opportunità.
Ci tengo a precisare che, posizioni del tipo “lasciate che siano le donne a trattare i loro problemi!”, non mi trovano d’accordo. Reputo tali atteggiamenti il retaggio di una mentalità di stampo maschile e uno dei fattori maggiormente discriminanti per l’inserimento delle donne nel mondo sia della politica che del lavoro. Ritengo, invece, essenziale il confronto, perché possa esserci una crescita reciproca.
Esiste fior di letteratura in merito alle cause del mancato conseguimento di posizioni al vertice.
Fra i fattori considerati più determinanti, in senso negativo, si è individuato il cosiddetto “motherhood bind” vale a dire lo stretto legame con la maternità. I due termini inglesi sintetizzano un concetto assai più ampio e profondo secondo il quale: se non sei madre sei una donna fallita; se sei madre non puoi seriamente impegnarti in ambiti di rilievo. A questo se ne associa un secondo “take care of”, ovvero lavoro di cura, riferito a figli, mariti, genitori…che porta come conseguenze: interruzioni di carriera, discontinuità lavorativa, ritardi nell’entrata in attività.
Se è vero che alla donna vengono riconosciute: superiorità culturale (il numero delle laureate supera quello dei colleghi), pragmatismo, capacità d’ascolto e di mediazione fra le differenze, tale fiducia non si riscontra nel riconoscimento del merito in campo lavorativo, né in politica nel comportamento di voto. Nemmeno a livello locale, dove il contesto pare sia più favorevole! (poche le dirigenti e le donne sindaco)
Questa visione della donna si riflette a tutti i livelli (provinciale, nazionale, europeo) ed in tutti gli ambiti (imprenditoriale, universitario, della ricerca, della comunicazione di massa). Ne consegue che i vertici sono occupati prevalentemente da figure maschili.
Bisogna quindi lavorare sodo e bene per cercare di riequilibrare le cose e, dove non arriva il buon senso, dovrà intervenire la legge. Faccio un esempio per tutti. Il minimo previsto del 35% delle candidate nelle liste elettorali di questi giorni non è una conquista femminile, né nasce da un moto spontaneo del cuore maschile. E’ legato piuttosto al taglio innovativo che, soprattutto la sinistra, ha inteso dare a queste elezioni. Si tratta di poca cosa e poco spontanea, ma è pur sempre un inizio, un passo in avanti.
Non si tratta di offrire alla donna strumenti per abdicare alle proprie responsabilità in ambito famigliare e domestico, ma di alleggerirle di quei carichi che possono essere devoluti ad altri senza che risulti intaccato il livello qualitativo del proprio entourage.
Che cosa serve, allora, alla donna, perché possa fruire delle pari opportunità non solo in potenza ma anche di fatto?
Serve innanzi tutto che l’elemento maschile e qui mi ricollego al discorso iniziale, le riconosca “pari dignità” elevandola da territorio di conquista al rango di persona; maggiore prevenzione, tutela e sicurezza contro le violenze di ogni tipo negli ambiti in cui normalmente si muove; la certezza di una giustizia laddove sia certificata una colpa; il riconoscimento del merito e l’adeguata remunerazione; la possibilità di poter contare su servizi e strutture che le permettano di gestire al meglio il proprio tempo. In tal senso mi viene da pensare al potenziamento di: trasporti scolastici, asili, dopo scuola, corsi di recupero, programmi di screening per individuare in tempo utile le patologie che maggiormente aggrediscono il corpo femminile.
Tutti aspetti che rientrano a pieno titolo nel programma generale del partito Di Pietro Italia dei Valori.
Renza Bigliardi – Italia dei Valori – Formigine
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