È di nuovo bufera sulla vicenda De Magistris. Adesso, sul caso che ha sempre più implicazioni politiche oltre che giudiziarie, è intervenuto il presidente della Repubblica Napolitano, che ha chiesto ufficialmente alla procura di Salerno gli atti dell’indagine sulle presunte illegalità comesse dagli uffici giudiziari di Catanzaro nel sottrarre al pm Luigi De Magistris, adesso in servizio nella procura di Napoli, le inchieste “Why not” e “Poseidone” in cui furono coinvolti anche l’ex Guardasigilli Clemente Mastella e l’ex premier Romano Prodi.
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Nel motivare la richiesta, avanzata su preciso mandato del capo dello Stato, il Quirinale ha comunicato in una nota parte del contenuto della lettera di Marra: «La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella citta». «Tali atti di indagine», fa presente la richiesta, «anche per le forme e modalità di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto “Why Not” pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione. Tenendo conto di tutto ciò, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederLe la urgente trasmissione di ogni notizia e – ove possibile – di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che – prescindendo da qualsiasi profilo di merito – presenta aspetti di eccezionalità, con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale».
Ma per la Procura di Salerno la lettera partita dal Quirinale potrebbe essere solo l’ultimo dei problemi. Nei prossimi giorni, a fermare o comunque rallentare l’inchiesta campana potrebbero essere gli stessi pm di Catanzaro, ai quali martedì scorso era stato ordinato il sequestro della documentazione relativa alle indagini aperte da De Magistris. Da giovedì, infatti, sette magistrati di Salerno, fra i quali anche il procuratore capo Apicella, risultano indagati dalla Procura di Catanzaro, che con un provvedimento ha a sua volta bloccato gli atti sequestrati. «La Procura di Catanzaro», ha comunicato il procuratore generale Enzo Jannelli per motivare il provvedimento, «ha sempre operato nella legalità e nell’autonomia e non poteva rimanere ferma davanti ad un’offesa. Si trattava del rispetto dell’ordine giudiziario». Al momento però, non si conoscono le ipotesi di accusa nei confronti dei magistrati campani, che oltre al sequestro degli atti delle due inchieste hanno eseguito anche numerose perquisizioni nei confronti dei magistrati calabresi.
A complicare la vicenda De Magistris sono anche le ultime indiscrezioni gionalistiche, secondo le quali, nel mirino della Procura di Salerno, sarebbe finito anche Nicola Mancino, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, presieduto dallo stesso capo dello Stato. Nelle pagine del decreto di perquisizione notificato negli uffici giudiziari di Catanzaro, dove fino all’anno scorso lavorava De Magistris, la procura di Salerno punterebbe l’indice contro alcuni esponenti del Csm per aver ostacolato l’ex titolare delle inchieste “Why Not” e “Poseidon”. Nel decreto sarebbe citato anche anche il vicepresidente Mancino, a cui i magistrati campani attribuiscono presunti rapporti con Antonino Saladino, ex presidente della Compagnia delle Opere in Calabria, al centro delle inchieste sottratte a De Magistris. In particolare, come riulterebbe da una traccia di uno dei tabulati telefonici aquisiti dall’ex pm di Catanzaro, datata 30 aprile 2001, da un numero di telefono di Mancino sarebbe partita una telefonata verso il cellulare di Saladino.
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Ma l’inchiesta della procura di Salerno potrebbe aprire una voragine giudiziaria, e adesso, anche alla luce della richiesta avanzata dal Capo dello Stato di esaminare glia atti delle indagini, anche istituzionale. Intanto, pur avendo ricevuto la solidarietà del plenum del Consiglio Superiore della magistratura, il vicepresidente Mancino si è detto pronto a dimettersi. «Nel giorno in cui una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia – ha affermato Mancino – non ho difficoltà a togliere l’incomodo: non vorrei avere su di me neppure l’ombra di un sospetto, il giorno che dovesse accadere non avrei esitazione a lasciare. Ho sempre operato al servizio delle istituzioni e sono venuto al Csm per cercare di conciliare politica e magistratura, probabilmente me ne andrò senza aver raggiunto questo obiettivo, ma ciò dipende anche da quello che si muove all’esterno del Csm».
05/12/2008 L’edizione integrale è disponibile sul sito l’Unità.it
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