di ATTILIO BOLZONI e FRANCESCO VIVIANO
Repubblica del 18/09/09
È l’unico uomo politico – al tempo era ministro degli Interni – che ha parlato di una “trattativa” che qualcuno voleva fare con la mafia. È l’unico uomo politico che ha spiegato perché quella “trattativa” è stata respinta “anche come semplice ipotesi di alleggerimento dello scontro con lo Stato”. Diciassette anni dopo le stragi siciliane e due mesi dopo le sue prime dichiarazioni sulle tragiche vicende avvenute nell’estate del 1992, il vicepresidente del Csm Nicola Mancino sfila come testimone davanti ai magistrati di Palermo e di Caltanissetta.
Un interrogatorio di quasi tre ore a Roma, un faccia a faccia dell’ex ministro con i procuratori Messineo e Lari e gli aggiunti Di Matteo e Gozzo per ricostruire chi aveva intavolato le trattative, a cosa puntavano, chi dentro lo Stato non ha voluto accettare il ricatto di Cosa Nostra. Il verbale di interrogatorio è stato secretato. Se alla procura di Caltanissetta s’indaga sui massacri in Sicilia (Capaci e via D’Amelio nella primavera-estate del 1992) e se alle procure di Firenze e di Milano s’indaga sugli attentati del 1993 (le bombe in via dei Georgofili, a San Giorgio al Velabro, in via Palestro), alla procura di Palermo s’indaga sulla “trattativa” fra mafia e Stato…
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L’inchiesta di Palermo ha scoperto negli ultimi mesi che ci sono state non una, ma ben due “trattative”. La prima viene datata fra la morte di Falcone e quella di Borsellino, la seconda sarebbe stata avviata dopo la cattura di Riina da Bernardo Provenzano e con “un esponente di rilievo della nascente formazione politica”. Secondo le dichiarazioni di almeno due pentiti e di Massimo Ciancimino, il partito sarebbe Forza Italia e l’interlocutore di Provenzano sarebbe stato Marcello Dell’Utri. La prima e la seconda “trattativa” sono collegate fra loro: nelle indagini l’anello di congiunzione sarebbe proprio la mancata cattura di Provenzano. Un arresto sfumato “conseguenza” dell’accordo fra pezzi dello Stato e mafia. Oggi i procuratori sono certi che la “trattativa” (o le “trattative”) fra Corleonesi e apparati non sono durate soltanto qualche mese ma almeno tre anni. Fino agli ultimi mesi del 1995.
Nicola Mancino non è il solo uomo politico che ha testimoniato su quei tentativi di “avvicinamento” dei mafiosi. A metà luglio, dopo diciassette anni di silenzio, si è presentato alla procura di Palermo anche l’ex presidente della commissione parlamentare antimafia Luciano Violante per raccontare di tre contatti avuti con il generale Mori…
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